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Esercitare mente e fisico per ritardare l’Alzheimer

Combattere la nuova grande emergenza

Dimenticare i propri cari, perdere lentamente il contatto con la realtà, assistere impotenti ai ricordi della propria vita che si sgretolano. Accade ai malati colpiti dal morbo di Alzheimer, da cui ad oggi non è possibile guarire.
La ricerca scientifica non ha ancora trovato una soluzione terapeutica a questa demenza degenerativa che colpisce prevalentemente gli anziani (dai 70 anni in poi).
Tuttavia, oggi è possibile ritardarne il decorso con terapie farmacologiche, ma soprattutto con accorgimenti psicologici e attitudinali che possono aiutare il malato a tenere in allenamento il proprio cervello. Le risposte dal mondo scientifico sono buone, ma si scontrano con la realtà: in molti casi mancano strutture adeguate per l’assistenza di queste persone.

Sono più di un milione i malati di demenza in Italia, cifre destinate a raddoppiare nel 2050 con il progressivo invecchiamento della popolazione. «Fino a dieci anni fa la popolazione anziana in Italia rappresentava il 20 per cento – spiega Giulio Masotti, presidente onorario della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria – oggi, ha già raggiunto il 25. Nel mondo le percentuali sono allineate con quelle italiane e ciò significa che l’Alzheimer e le altre forme di demenza senile tra qualche anno saranno molto più diffuse».

In Italia i posti disponibili nei Centri Diurni Alzheimer, a fronte di più di un milione di soggetti affetti da demenza, sono solo dodicimila nel centro-nord, mentre al sud e nelle isole la situazione è disperata.
Durante il quinto Congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer che si è tenuto di recente a Pistoia, sono stati messi in risalto proprio questi due volti del problema. Da un lato il successo delle nuove terapie farmacologiche, fisiologiche e psicologiche e dall’altro il confronto tra le crescenti cifre della malattia e l’esiguo numero di strutture qualificate a farvi fronte.
 
Ma è possibile prevenire il morbo di Alzheimer? «Sì, ma non con i farmaci. – risponde Masotti – Piuttosto grazie a un costante esercizio fisico, camminare, ad esempio (quattro passeggiate a settimana a passo svelto per 40 minuti), ma anche nuotare o andare in bicicletta. E ancora, è possibile fare prevenzione attraverso l’esercizio mentale. Infatti, la demenza senile inizia a manifestarsi proprio con la soglia della pensione; in molti vedono nel periodo post pensione un’oasi di riposo dove lasciarsi andare alla pigrizia».

Per esercizio mentale si intende mantenere il cervello allenato: fattori fondamentali sono la tensione verso il risultato, la competitività. «È importante il connubio tra esercizio fisico e intellettivo – continua il professore – sono consigliati i viaggi, l’ascolto della musica, conoscendo nuovi autori, rinnovando continuamente la propria cultura musicale. L’università della terza età, ad esempio, può rappresentare un fattore di prevenzione utilissimo, ma solo se frequentata con partecipazione e convinzione».

Quando la malattia ha inesorabilmente preso piede, anche se non guaribile, è possibile ritardarne il decorso. Come racconta l’esperto, anche se la scienza ha dimostrato che la cosiddetta coscienza di malattia è presente solo nelle prime fasi, «se prendiamo un demente grave e gli facciamo ascoltare un brano musicale della sua giovinezza, possiamo assistere ad un fatto incredibile: il malato canta ricordando alla perfezione il testo. Oppure, se mettiamo a contatto un malato di Alzheimer con gravi deficit comportamentali con un animale domestico possiamo notare che il paziente si calma».

In alcuni casi i farmaci possono rallentare l'aggravarsi della patologia, ma non sono in grado di arrestarla. Tuttavia, se associati a musicoterapia o aromaterapia possono raddoppiare la propria efficacia «i giardini Alzheimer ad esempio – spiega il presidente – sono studiati appositamente per il paziente, a partire dalle prime esperienze canadesi negli anni ‘80, come ambienti sicuri che possano stimolare il paziente tenendolo vicino alla natura e ricordandogli i luoghi e gli ambienti di tutta una vita. Con queste terapie possiamo regalare serenità ai malati».

È fondamentale che i pazienti stiano con persone in grado di accudirle, «i familiari spesso vivono un lutto quotidiano – spiega ancora Masotti – perché ogni giorno si confrontano con una realtà non semplice da accettare: un proprio caro ancora in vita, ma mentalmente non più presente. Per questo motivo è importante occuparsi della famiglia per migliorare di conseguenza la situazione del paziente. Queste forme di assistenza esistono già nei Centri Diurni Alzheimer, ma a causa della crisi economica, sono stati ridotti i finanziamenti ad essi destinati».

I Centri Diurni Alzheimer non sono un luogo di custodia, ma di cura. I malati vengono prelevati la mattina e riportati a casa la sera, in modo da non stravolgere orari e abitudini. Presso i Centri i pazienti sono coinvolti in esercizi fisici e psicologici, oltre che curati farmacologicamente con precisione. Inoltre, i familiari sono in prima linea in una forma di cooperazione tra centro e famiglia, con iniziative di formazione e con forme di partecipazione economica; dove possibile, in base al reddito, la famiglia partecipa al 50 – 70 per cento delle spese sostenute per il paziente.

Strutture pubbliche di quindici venti persone tra infermieri, medici e fisioterapisti, gestite il più delle volte da associazioni di volontariato e privati. Masotti sottolinea che, proprio nell’ottica di aumentare il numero di questi centri «è imprescindibile una sinergia tra pubblico e privato, con l’appoggio di enti no profit e associazioni di volontariato. Questi centri rappresentano il miglior luogo di trattamento per i malati di Alzheimer, perché basano il loro lavoro sul rispetto della dignità dell’anziano, ma purtroppo non bastano. Un’emergenza da affrontare al più presto, coinvolgendo e sensibilizzando soprattutto i giovani e gli studenti dei Corsi di Laurea sanitari. I giovani sono molto affezionati ai propri nonni – conclude il professore – ed è proprio su questo amore verso gli anziani che bisogna fare leva». 

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