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Malattia renale cronica, la nuova prevenzione

«Il medico di medicina generale può essere determinante nell’individuare precocemente i pazienti affetti da malattia renale cronica, spesso dovuta a ipertensione, diabete o scompenso cardiaco, caratteristiche proprie della maggior parte di coloro che frequentano i nostri ambulatori – sottolinea Gaetano Piccinocchi, consigliere Simg –. Talvolta questi pazienti vengono curati per la patologia di cui soffrono, ma senza che si presti sufficiente attenzione alla funzionalità renale, rischiando una degenerazione verso la malattia renale cronica. Occorre dunque prestare maggiore attenzione a questo aspetto ed è necessaria una collaborazione più strutturata con gli specialisti e che le regioni si dotino di Pdta sul tema».

Un apporto più significativo del medico di famiglia oggi è possibile. Il suo ruolo è rilevante anzitutto perché nei cinque stadi che contraddistinguono la malattia renale cronica, la presa in carico del paziente spetta al medico di medicina generale fino alla prima parte della terza fase. Quest’ultima, infatti, si distingue in base al filtrato glomerulare in 3a e 3b, quando poi dovrebbe subentrare il nefrologo.

«Una funzione più incisiva del medico di famiglia oggi è possibile grazie all’informatica – evidenzia Piccinocchi –. Oltre alla cartella clinica, il medico di medicina generale dispone di alcuni gestionali che permettono di identificare rapidamente i pazienti con fattori di rischio: nel momento in cui si prescrivono esami per patologie come diabete, ipertensione, obesità, il programma calcola in automatico il filtrato glomerulare, ossia la funzionalità renale, definendo lo stadio di malattia renale cronica. Questo sistema permette anche di praticare la cosiddetta medicina di iniziativa: il medico di medicina generale può valutare lo stadio di funzionalità renale dei pazienti affetti da fattori di rischio tramite i valori presenti nel database. Come ulteriore supporto, la Simg sta facendo partire un’iniziativa che permetterà di dotare i medici di famiglia di strumenti per verificare il calcolo dell’albumina nelle urine, che costituisce un ulteriore indice di approfondimento diagnostico».

I dati ufficiali relativi alla malattia renale cronica rischiano di essere sottostimati, vista la scarsa identificazione nelle prime fasi, ma aiutano, comunque, a far comprendere la gravità della patologia e delle sue conseguenze. «La malattia renale cronica ha una prevalenza al mondo nel 10% – spiega Luca De Nicola, professore ordinario di nefrologia e direttore della Scuola di specializzazione all’Università Vanvitelli di Napoli –. In Italia, grazie alla dieta mediterranea, siamo sul 7%, quindi colpisce circa 2-2,5 milioni di individui. Negli ultimi 10 anni, però, in Italia gli ingressi in dialisi sono sostanzialmente rimasti invariati, con circa 45 mila pazienti oggi in trattamento dialitico. Inoltre, a differenza di altre patologie cronico-degenerative come ictus o infarto, la mortalità per malattia renale cronica è in crescita a causa degli elevati numeri di diabete e ipertensione. Ciononostante, malattie come le neoplasie, che provocano un’aspettativa di vita analoga alla dialisi, vengono percepite diversamente da media, cittadini, comunità scientifica: da un’indagine dell’Associazione nazionale medici cardiologi e dell’Istituto superiore di sanità è emerso che in Italia tra i pazienti affetti da malattia renale cronica (circa 2,5 milioni) solo il 10% ne era consapevole. Questo impone una maggiore collaborazione tra medici di famiglia e i diversi specialisti coinvolti (diabetologo, cardiologo, nefrologo), tanto più che oggi abbiamo a disposizione numerosi farmaci per cambiare la storia naturale della malattia».

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