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Lotta all’Epatite C, ripartire dal sommerso

Progetto CCuriamo

Occorre ripartire in tutto il Paese con gli screening per far emergere il sommerso dell’Epatite C, ossia coloro che hanno contratto l’infezione ma non ne sono consapevoli. Proprio le Regioni sono le protagoniste di questa nuova fase. Una sfida reale contro il tempo, che vede questa volta Piemonte, Emilia-Romagna, Sardegna, Puglia al centro dell’analisi con una serie di incontri che hanno coinvolto rappresentanti delle istituzioni, degli enti locali, del mondo scientifico, Aisf e Simit, i medici di famiglia Simg. L’analisi di queste quattro regioni è il cuore del progetto CCuriamo ideato da Isheo che da maggio si propone di monitorare e incoraggiare le politiche regionali in tema di lotta all’Epatite C.

«Ad oggi stiamo lavorando su Puglia, Emilia-Romagna, Piemonte e Sardegna, anche se quest’ultima essendo una regione a statuto speciale non riceve i fondi – ha spiegato Davide Integlia, Ceo di Isheo –. Lo scenario attuale mostra l’avvio di un piano di screening in Piemonte ed Emilia-Romagna nella fascia di coloro che sono nati tra il ’69 e l’89. Il problema è che le regioni possono usufruire degli screening gratuiti, ma devono provvedere a formazione, percorsi negli ospedali, reti tra specialisti. Un processo complicato ulteriormente dall’andamento della pandemia che frena i trattamenti. Il caso dell’Epatite C è pertanto emblematico delle difficoltà di coordinamento tra Stato e Regioni».

Dalla propria esperienza, la Cristina Mussini, professore di malattie infettive dell’Università di Modena e Reggio Emilia e consigliere Simit, ha rilevato un ulteriore problema. «Molte persone con Epatite C sono già diagnosticate nell’ambito di screening pre-operatori, ma non ne sono a conoscenza per problemi di privacy – sostiene Mussini -.Noi infettivologi non potevamo comunicare la positività ai pazienti. La collaborazione con l’igiene pubblica che si sta impegnando attraverso i tamponi e tracciamento per il Covid ha permesso di darne comunicazione a queste persone, ma  tale percorso deve essere semplificato per far emergere i casi e migliorare il processo di eliminazione del virus».

«Nella gestione dei pazienti con HCV spesso si va avanti tramite contatti interpersonali – spiega il dottor Carlo Piredda, coordinatore provincia di Cagliari per la Simg -. Manca infatti una vera e propria gestione condivisa, istituzionale e ufficiale. Si potrebbe, ad esempio, coinvolgere tramite mail aziendale i medici di medicina generale, che dispongono di molte più informazioni sullo stato di salute dei propri assistiti di quanto ne abbiano gli altri specialisti. In questo modo si creerebbe un ponte utile alla condivisione della terapia e di contatti diretti, consentendo ai medici di individuare gli individui portatori del virus».

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