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Come gestire la fragilità e la resilienza dell’anziano

Covid e cronicità

I numeri della pandemia confermano sempre come l’anziano sia il soggetto più vulnerabile al virus. Tuttavia, l’età anagrafica non può e non deve essere considerata l’unica spiegazione di questi dati. Ad esempio, si è visto che i soggetti maggiormente suscettibili alle conseguenze più gravi del Covid-19 sono anche quelli contemporaneamente affetti da patologie croniche, e più in generale quelli più fragili. La SIGOT – Società Italiana Geriatria Ospedaliera – nell’ambito dei Master 2021, ha promosso un importante momento di riflessione e confronto con la lettura magistrale curata da Luigi Ferrucci, a capo della sezione invecchiamento del U.S. National Institute of Health.

«È di fondamentale importanza riuscire a comprendere quali siano i meccanismi che fanno del Covid-19 il killer perfetto per l’anziano fragile – sottolinea Ferrucci -. Una delle ragioni alla base della maggiore vulnerabilità non è tanto la loro età anagrafica, quanto l’età biologica e soprattutto quella del loro sistema immunitario, una condizione chiamata immunosenescenza. Il sistema immunitario può essere immaginato come una sorta di corpo di polizia ben organizzato e sincronizzato che protegge il nostro corpo dagli insulti esterni».

«Nell’anziano la capacità di coordinamento delle pattuglie, gli anticorpi e l’attività dei linfociti è già di base alterato – sottolinea il dottor Ferrucci -. ll Covid-19 agisce come un uno stimolo esterno aggiuntivo che sovraccarica di segnali il sistema immunitario, determinando da una parte lo scompiglio delle difese immunitarie e dall’altra scatenando l’innesco di uno stato infiammatorio persistente, la cosiddetta tempesta citochinica. Questa che, in teoria, dovrebbe aiutare a contrastare l’infezione, in realtà si rivela nell’anziano fragile la causa del peggioramento delle condizioni generali del paziente, danneggiando innanzitutto il tessuto polmonare, ma anche altri sistemi quali quello cardiovascolare, renale, lo stato coagulativo ed anche il sistema nervoso centrale».

L'unica via d'uscita, dunque, sembra il binomio vaccini-resilienza. «Oggi i vaccini rappresentano la luce di speranza per contenere il contagio – chiosa il professor Alberto Pilotto, presidente SIGOT -, ma potrebbero rappresentare anche una straordinaria strategia di promozione della resilienza, cioè la capacità dell’organismo di reagire all’evento stressante rappresentato dall’infezione da SARS-CoV-2, bilanciando il sistema immunitario e la risposta infiammatoria».

«Dati clinici su anziani vaccinati ed anche studi condotti nei laboratori del NIA, presentati dal dottor Ferrucci, sembrano dimostrare – prosegue il professor Pilotto – come in effetti il vaccino anti Covid-19 ristabilisca l’equilibrio del sistema immunitario dell’anziano riducendo il fenomeno dell’immunosenescenza patologica. Resilienza significa anche perfezionare la conoscenza del virus e della sua interazione con l’uomo, migliorare lo screening con metodiche sempre più affidabili e meno invasive, ricercare nuove terapie, capire le conseguenze a lungo termine dell’infezione nei soggetti che sopravvivono all’infezione, ma anche capire l’effetto dell’isolamento sociale con le conseguenze psico-emozionali che risultano particolarmente gravose nell’anziano».

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