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E se il morbo di Parkinson partisse dall’intestino?

Tra i sintomi principali anche la costipazione

Il morbo di Parkinson è una delle malattie neurologiche più diffuse – solo in Italia colpisce circa 300 mila persone – ed è caratterizzato principalmente da rigidità muscolare, problemi di equilibrio, di postura e di coordinamento, mentre l'intelletto e la personalità dei pazienti in molti casi e per molto tempo non subiscono alterazioni di rilievo. A tutt’oggi le cause rimangono per lo più sconosciute; ma, in questo senso, un recente studio – pubblicato sulla rivista scientifica Neurology – potrebbe aiutare a fare maggior luce: secondo un gruppo internazionale di scienziati, diretto da Bojing Liu del Karolinska Institutet di Stoccolma, il Parkinson avrebbe origine dall’intestino, dove comincerebbe a formarsi l’alfa-sinucleina, proteina alterata che rappresenta ormai il marcatore distintivo di questa malattia, come confermato anche lo scorso anno sull’European Journal of Neurology da un gruppo di scienziati guidati da Carlo Colosimo, direttore della struttura complessa di Neurologia presso l'Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni.

I ricercatori sono arrivati a questa conclusione partendo dalla constatazione dei sintomi segnalati dai pazienti affetti dal morbo; su tutti i problemi di costipazione, avvertiti anche anni prima di sviluppare i sintomi tipici della malattia. A ciò va aggiunto il fatto che, come dimostrato da precedenti ricerche, la flora intestinale dei pazienti con Parkinson è diversa da quella dei soggetti sani.

E’ così che gli scienziati dell’ateneo svedese, insieme a quelli dell’Università di Los Angeles, dell’Orebro University Hospital e della Michigan State University, hanno pensato di tagliare la strada all’alfa-sinucleina effettuando una sezione del nervo vago: il vago è infatti il principale fascio nervoso di collegamento fra i centri cerebrali superiori e i visceri. Così facendo non sono riusciti ad eliminare il Parkinson, ma certamente a determinarne un rallentamento riducendo il rischio che si sviluppi.

Trattandosi del primo studio di questo tipo è necessario attendere nuove evidenze a conferma di quanto sperimentato, ma a 5-10 anni l’effetto pare evidente, anche se dopo una ventina d’anni sembra attenuarsi.

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