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Chiunque abbia vissuto gli anni '80 e '90 sa cosa significa l'incubo dell'AIDS: in quel periodo l'epidemia era in piena espansione, soprattutto per l'alone di mistero che circondava questa malattia. Sfortunatamente solo col tempo siamo riusciti a conoscere ogni sfaccettatura dell'HIV: come si trasmette, le sue caratteristiche mediche, i comportamenti a rischio. E, soprattutto, come tenerla sotto controllo: perché da questo virus, purtroppo, non si guarisce. La ricerca scientifica ha fatto passi da gigante, cronicizzando una patologia che un tempo era una sentenza di morte e con la quale oggigiorno si può imparare a convivere mantenendo una qualità di vita elevata: la campagna di sensibilizzazione ha fatto il resto, insegnando agli esseri umani come evitare certe abitudini che possono esporci al rischio di HIV. Tuttavia, di nuovo, è bene ricordare soprattutto ai giovani che non hanno vissuto l'incubo dell'epidemia di tre decenni fa, e che quindi sono meno sensibili al timore del contagio, che da questa malatia purtroppo non si guarisce. O forse sì?
Alcuni quotidiani britannici, tra cui il Guardian, hanno riportato in questi giorni la storia di un uomo sieropositivo di 44 anni, la cui identità è rimasta segreta per proteggerne la privacy, che non presenta più alcuna traccia del virus nel suo sangue. È presto per dire se la persona in questione è definitivamente guarita: ci vorrà ancora qualche anno per ottenere la conferma. Tuttavia la notizia fa sicuramente scalpore e dona una speranza a quei 33 milioni di persone che, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, combattono ogni giorno contro l'HIV o contro l'AIDS. L'uomo britannico ha preso parte ad un protocollo sperimentale concepito dalle Università di Oxford, Cambridge, Imperial College, University College di Londra e King's College condotto su 50 persone che comprendeva la somministrazione della terapia antiretrovirale e di un farmaco studiato appositamente per riattivare le cellule dormienti del virus nel sangue, insieme ad un vaccino in grado di insegnare al nostro sistema immunitario a riconoscere quelle cellule per andarle a distruggere.
L'individuo in questione è il primo ad aver portato a termine questa sperimentazione: e, nelle analisi condotte in laboratorio, sembrerebbe non essere più sieropositivo. Si tratta di un passo avanti forse non definitivo ma molto importante nella battaglia contro la patologia: i farmaci antiretrovirali tradizionali vanno a distruggere infatti le cellule dell'HIV nel sangue ma nulla possono contro quelle che rimangono dormienti in riserve apposite, pronte a riattivarsi. Questo particolare trattamento va quindi a stanare proprio queste ultime, di modo che anche la più piccola traccia dell'infezione venga debellata. D'altronde, con l'attuale protocollo si sono fatti passi da gigante, ma esiste un problema di sostenibilità dei costi di farmaci che vanno assunti durante tutto l'arco della vita. Cresce dunque l'attesa per capire se effettivamente il virus dell'HIV sia stato debellato dal sangue del signore, o se al contrario prima o poi si ripresenterà: come successo con la cosiddetta «Mississipi Baby», la bambina nata sieropositiva a cui era stato somministrata una terapia aggressiva sin dalle prime ore della nascita e che, sulle prime, sembrava effettivamente guarita.



