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Ultimamente le persone più attente si saranno accorte di come molti individui hanno preso a gironzolare per le città con lo sguardo fisso sul cellulare, come ipnotizzati dallo schermo dello smartphone. Non è l'inizio di un'apocalisse zombie: si tratta della nuova applicazione virale per telefonini, il Pokemon Go, giochino che sfrutta la tecnologia GPS per immergere l'utente in una realtà aumentata, in cui si possono catturare esemplari di creature nate dalla fantasia del giapponese Satoshi Tajiri tramite l'utilizzo della telecamera incorporata. Scopo del gioco: catturarne il più possibile e «allenarli» all'interno di palestre virtuali, di modo che diventino sempre più potenti rispetto a quelli degli altri player. Il gioco è diventato da subito un caso in tutto il mondo: lampante il caso del video che riprende migliaia di persone impazzite riversarsi a Central Park, a New York, perché in quel luogo era comparso un esemplare rarissimo.
Ovviamente non sono mancate le critiche a questa nuova mania. Dagli incidenti di auto causati proprio dalla cattiva abitudine dell'utilizzo dei telefonini alla guida, incentivata dalla volontà di non perdersi alcuna categoria di Pokemon, all'accusa da parte dell'Electronic Privacy Information Center e dell'International Journal of Virtual Reality che sospettano si tratti semplicemente di un modo molto ingegnoso di reperire miliardi di informazioni sensibili riguardanti gli utenti che scaricano l'applicazione, le controversie intorno a questo giochino solo apparentemente innocuo si sono susseguite sin dalla sua comparsa. Intervistata dall'ANSA la psicoterapeuta Margherita Spagnuolo Lobb, direttrice dell'Istituto di Gestalt HCC Italy ha paragonato il successo della applicazione addirittura alla diffusione dell'LSD negli anni Settanta.
«L'uso di questo allucinogeno – afferma l'esperta – era sostenuto dall'idea umanistica di sviluppare il potenziale umano. La grande differenza è che allora l'esperienza allucinatoria, pur essendo personale e soggettiva, veniva vissuta in gruppo, ed era una pratica ristretta a questa realtà. L'allucinazione data dall'immersione nella realtà aumentata di Pokémon GO, invece, non è un'esperienza di gruppo, ma singola e personale, e quando il giocatore vi è immerso, non ha accanto nessuno che lo protegga dai pericoli del mondo reale». Dunque non si tratterebbe di un'esperienza del tutto innocua, come la simpatia delle creaturine giapponesi potrebbe lasciar intendere: al contrario, porterebbe ad un distacco dai confini della realtà ancor più spiccato di quello procurato da una sbornia. «Questo gioco – conclude la dottoressa Spagnuolo – a differenza dell'LSD, non è dannoso da un punto di vista biologico, ma sociale: i cacciatori di Pokémon non sono indeboliti da sostanze psicotrope, hanno il pieno possesso delle proprie facoltà fisiche, ma non hanno più la capacità di tenere conto dei limiti reali del contesto in cui giocano».



