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Vivere col cancro invece di debellarlo: un nuovo approccio

È noto come il trattamento dei tumori comprenda anche e soprattutto la chemioterapia, branca della medicina che impiega farmaci antineoplastici, teoricamente in grado cioè di riconoscere le cellule cancerogene e attaccare solo e soltanto quelle, mantenendo intatte le cellule sane. Si tratta tuttavia di un requisito del tutto ideale: al momento non esiste infatti una sostanza perfettamente precisa nella sua selezione. In questo risiede il motivo degli effetti collaterali della chemioterapia: andando a colpire tutti i tessuti con alti livelli di replicazione, simili a quelli delle cellule neoplastiche, la sua tossicità si ripercuote anche sul tessuto ematopoietico, sulle mucose delle vie gastrointestinali e sui follicoli piliferi. Altre azioni indesiderate comprendono nausea, vomito, febbre, flebite, danni renali, disturbi del ritmo cardiaco, cardiomiopatia dilatativa.

Insomma, sebbene rappresenti probabilmente la migliore possibilità che abbiamo contro il cancro, la chemioterapia risulta spesso devastante per il nostro organismo. Per questo i ricercatori americani dell'H Lee Moffitt Cancer Centre and Research Institute di Tampa, in Florida, suggeriscono un nuovo, controverso approccio nella lotta contro il cancro. Secondo la loro sperimentazione, i cui risultati sono stati pubblicati in questi giorni sulla rivista specializzata Science Translational Medicine, potrebbe risultare più utile mantenere dosi maggiormente basse di chemioterapia e imparare a convivere col tumore, piuttosto che aggredirlo con posologie maggiormente aggressive e tentare di eradicarlo completamente. Secondo i ricercatori in questione, infatti, il primo approccio determinerebbe maggiori probabilità di sopravvivenza a lungo termine per i pazienti.

D'altronde, aggredire i tumori per cercare di eliminare quante più cellule neoplastiche possibili non porta quasi mai ad una completa remissione, e rischia di fiaccare in maniera irreparabile il nostro sistema immunitario. Un ulteriore pericolo è quello di creare cellule resistenti ai farmaci, fatali in caso di recidiva. Dunque, secondo i ricercatori, forse l'approccio migliore potrebbe essere quello di tenere sotto controllo la malattia con basse dosi di chemioterapia, lasciando che alcune cellule rimangano presenti ma minimizzando così anche gli effetti collaterali del trattamento. Per giungere a questa conclusione, gli esperti hanno condotto una sperimentazione su cavie da laboratorio con due tipi diversi di cancro al seno. Il trattamento che ha portato ai risultati più duraturi comprendeva alte dosi iniziali di paclitaxel, un comune antitumorale, per poi proseguire con una posologia più limitata. Aumentare l'efficacia del trattamento diminuendo al contempo la tossicità della terapia? Forse questa potrebbe essere la strada da intraprendere.  

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