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La teoria dell’inconscio ha compiuto 100 anni

«La mente è come un iceberg: galleggia con un settimo della sua massa al di sopra dell'acqua». Così Sigmund Freud era solito spiegare, con un'analogia piuttosto intuitiva, cosa intendesse con la teoria dell'inconscio, inteso come l'insieme delle attività cerebrali che non fanno parte della nostra coscienza. La punta di questo iceberg, la parte che sta sopra il pelo dell'acqua, è paragonabile alla nostra consapevolezza, ed è nettamente più piccola rispetto alla massa sommersa, che è appunto metafora di ciò che teniamo all'interno del nostro inconscio.

Una tale rivoluzionaria teoria veniva espressa per la prima volta nella serie di scritti teorici del grande psicoanalista austriaco denominati «Metapsicologia», pubblicati nel novembre 1915: ciò significa che il pensiero di Freud ha da poco compiuto i suoi primi 100 anni. Un grande traguardo per quello che è diventato il concetto fondamentale della psicanalisi, e ci ha aiutato a comprendere meglio noi stessi. Tutto ciò che abbiamo rimosso, infatti, condiziona pesantemente il nostro comportamento, senza ovviamente che ce ne rendiamo conto: per capirne il meccanismo occorre uno specialista, che sia in grado di indagare ed interpretare sogni e lapsus, non a caso denominati «freudiani».

Il concetto di inconscio è stato poi ampliato, sviluppato, modernizzato, anche grazie al contributo delle neuroscienze e delle scienze cognitive: chiaramente, la scienza che da esso si è sviluppata continua ad approfondirsi ed aggiornarsi pressoché quotidianamente. Tuttavia, risulta innegabile come esso rimanga legato a doppio filo proprio al pensiero di Freud, che per primo ne ha descritto il funzionamento. D'altronde, il lavoro del neurologo austriaco rimane sempre attuale: per quanto il nostro inconscio, grazie al padre della psicanalisi, sia un po' meno misterioso, i conflitti che in esso si generano rimangono purtroppo immutati. 

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