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Nel DNA degli elefanti il segreto per prevenire il cancro?

Merito dell'azione preventiva, e di contrasto, del gene Tp53

Gli elefanti sono conosciuti principalmente per due peculiarità che li caratterizzano in maniera particolare agli occhi dell'uomo. In primis vi è la loro incredibile memoria: uno studio dell'Università del Sussex ha dimostrato che non si tratta di un luogo comune, bensì di qualcosa che effettivamente li contraddistingue ed ha uno scopo. Facendo loro sentire registrazioni di barriti diversi, gli esemplari di elefante riuscivano a distinguere se essi provenissero da gruppi estranei, o nemici, al cui ascolto reagivano facendo cerchio intorno ai propri piccoli: se i richiami al contrario venivano da gruppi amici, tali suoni venivano sostanzialmente ignorati. La seconda particolarità è la loro longevità: la speranza di vita media di un elefante varia tra i 50 e i 70 anni, ma c'è anche chi riesce ad avvicinarsi e superare gli 80.

Quest'ultima caratteristica è stata studiata ultimamente nell'ambito di una sperimentazione congiunta e condotta dalla University of Utah in collaborazione con la Arizona State University: i ricercatori americani, in particolare, sono andati ad indagare le motivazioni per cui gli elefanti non si ammalano di cancro, andando a scoprire che il loro segreto sta in un gene, denominato Tp53. Tale gene, conosciuto per essere un soppressore tumorale, protegge l'organismo dalla riproduzione incontrollata di cellule e, quindi, anche dallo sviluppo delle neoplasie: è presente anche nell'uomo, nel cui DNA tuttavia si ritrova solo in due espressioni diverse. Negli elefanti, al contrario, si manifesta in 38 espressioni diverse.

Le proprietà di questa particella cromosomica non si fermerebbero soltanto ad un discorso di prevenzione dei tumori: laddove la mutazione in effetti vada a presentarsi, il gene Tp53 è in grado di attaccare le cellule neoplastiche andando a distruggerle. Tale risultato, pubblicato sulla rivista specializzata Journal of American Medical Association, andrebbe dunque a spiegare il motivo per cui l'indice di mortalità a causa dei tumori nei pachidermi non supera il 5%, quando invece negli esseri umani arriva fino al 25%. Questo studio può risultare particolarmente importante nell'ottica della lotta contro il cancro. Come affermato dai ricercatori americani, evidentemente «la natura ha già capito come prevenire i tumori, sta a noi imparare come i diversi animali affrontano il problema, in modo da poter adeguare tali strategie alla prevenzione del cancro nelle persone». 

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