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Il grande scrittore Jorge Luis Borges diceva: «Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio». Il geniale regista italiano Pier Paolo Pasolini affermava: «Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno». È indubbio come il soccer, quale disciplina più amata, faccia sognare milioni di persone in tutto il mondo: dal poeta appassionato al piccolo ai giardinetti, che gioca con le maglie quali pali fittizi di una porta senza traverse né reti. L'essenza di questo sport è racchiusa indubbiamente nel sublime gesto del goal, tanto che tutti da bambini sognano di diventare capocannonieri del massimo campionato del proprio paese, ma è difficile trovare qualcuno che abbia voglia di sacrificarsi per fare il portiere: solitamente si fanno i turni per chi deve parare, e si attende con impazienza che finisca il proprio per tornare ad ammaestrare la palla coi propri piedi e contribuire ad un'azione vincente.
Tuttavia, occorre precisare che forse a livello prettamente salutistico per il nostro fisico mettersi i guantoni e difendere la propria rete potrebbe essere il ruolo migliore che ci possa capitare. Questo perché, secondo uno studio della Colorado School of Public Health di Aurora pubblicato in questi giorni sulla rivista specializzata Jama Paediatrics, il portiere solitamente non è costretto a colpire il pallone di cuoio di testa: questo gesto infatti, se compiuto ripetutamente, può procurare traumi cranici e disturbi neurologici anche gravi. I difensori che respingono l'iniziativa aerea di un qualche centravanti, e gli attaccanti che cercano di raccogliere l'invito di un cross o un calcio d'angolo con un stacco perentorio, metterebbero dunque a rischio la salute del proprio cervello, soprattutto con l'andare degli anni.
Per giungere a questa conclusione, i ricercatori americani hanno preso in considerazione i dati dei campionati di calcio giovanili svoltisi tra il 2005 e il 2014 negli Stati Uniti, circa un milione e mezzo di partite, onde esaminare, secondo le parole del responsabile della sperimentazione Dawn Comstock, «quali siano le variazioni temporali di frequenza delle commozioni cerebrali, e le attività più a rischio specifiche del calcio». Nel periodo studiato si sono verificate 627 commozioni cerebrali su 10000 episodi di esposizione tra le ragazze: una media di 4,5 traumi ogni 10000 esposizioni, che diminuiva per quel che concerne i ragazzi a circa 2,78. Sebbene, secondo l'analisi, il modo più comune di procurarsi una commozione cerebrale rimanga lo scontro con un altro giocatore, il gesto più pericoloso sembra in realtà quello di colpire il pallone di testa.
Il contatto del nostro cranio con il pallone di cuoio duro può infatti provocare danni neurologici nel breve e nel lungo periodo, con un rischio maggiore di soffrire di demenza o sclerosi laterale amiotrofica, patologia che in effetti presenta un'incidenza particolarmente alta tra i calciatori professionisti: giocatori come Gianluca Signorini, difensore del Genoa, o Stefano Borgonovo, attaccante della Fiorentina, sono tra le vittime più illustri del morbo di Gehrig. Il problema è che spesso tali traumi risultano asintomatici, o per lo meno non mostrano alcun effetto visibile all'esterno, cosa che li rende doppiamente pericolosi: il rischio è infatti quello di sottovalutare certe condizioni, e tornare in campo nonostante sia consigliabile restare fermi e curarsi. Ovviamente, il colpo di testa risulta un gesto difficilmente eliminabile da una disciplina come il calcio: nel suo romanzo «City», Alessandro Baricco ne racconta la poetica attraverso gli occhi di un bambino geniale di nome Gould. Ad ogni modo, la prossima volta che qualcuno vi chiede di stare in porta, sappiate che state preservando il vostro cervello: dunque, mostratevi maggiormente altruisti e impegnatevi anche tra i pali!



