Il perfezionismo tra le cause della sindrome da burnout

Patologia che porta alla morte professionale

Todaysalute.it –

«Il perfezionista si porta addosso un male tremendo: la predisposizione alla depressione», diceva lo scrittore Andrea Gasparino. È normale che chi cerca sempre di agire senza commettere errori, levigando e rimuginando su di un atto fino a che esso risulti inattaccabile da ogni punto di vista, sia un profilo maggiormente preferibile in ambito lavorativo rispetto ad un professionista più superficiale e approssimativo: tuttavia si tratta di un atteggiamento che alla lunga può presentare un conto salato, se è vero quanto affermato nel film cult «Fight Club» che «un momento è il massimo che ci si può aspettare dalla perfezione», tanto da sabotare letteralmente il nostro rendimento e le nostre performance.

Lo studio pubblicato in questi giorni dalla rivista specializzata Personality and Social Psychology Review, condotto dai ricercatori britannici della York St. John University in collaborazione con i colleghi della University of Bath, risulta assolutamente indicativo in questo senso: secondo l'esito della sperimentazione inglese, infatti, i perfezionisti presentano un rischio maggiore di essere soggetti a forte stress, che li porterebbe alla cosiddetta sindrome da burnout. Tale disturbo è salito all'attenzione dei media per il recente caso del pilota della Germanwings, Andreas Lubitz, responsabile del disastro aereo che è costato la vita a 150 passeggeri. Secondo alcune teorie, Lubitz soffriva proprio di sindrome da burnout, una condizione patologica che colpisce le persone che non riescono a far fronte alle richieste e alle esigenze della professione che svolgono.

Dunque, caratteristiche generalmente considerate positive, soprattutto in ambito lavorativo, come il fissare elevatissimi standard di rendimento ed un'eccessiva tendenza alla determinazione e all'auto-critica, si rivelerebbero in realtà come dei potenziali boomerang. Per giungere a questa conclusione, i ricercatori britannici hanno condotto una meta-analisi su 43 studi precedenti, condotti negli ultimi vent'anni. Tale sperimentazione ha evidenziato come esista un perfezionismo positivo, che porta il lavoratore a non accontentarsi degli obiettivi raggiunti ma al contrario a fissare sempre nuovi orizzonti a cui tendere: tuttavia esisterebbe un lato oscuro, che porta chi ne è affetto ad essere costantemente preoccupato di sbagliare, ad aver paura di essere travolto dall'incertezza di un posto di lavoro, a possedere forti dubbi riguardo le proprie performance. Tale insicurezza porta a condizioni quali ansia, depressione, disturbi alimentari e del sonno, fino a giungere ad un sostanziale distacco nei confronti della propria professione: in una parola, alla vera e propria sindrome da burnout.

I ricercatori hanno evidenziato come doti quali flessibilità, perseveranza, pro-attività, diligenza siano maggiormente desiderabili rispetto al perfezionismo, che porta a vivere qualsiasi errore in ambito lavorativo come un'autentica tragedia, un dramma difficilissimo da superare. Per questo negli ultimi anni aziende come Google hanno stabilito iniziative per contrastare gli effetti negativi di questa caratteristica, andando a premiare il proprio staff anche in caso di fallimenti, di modo da diminuire la pressione sull'ambiente professionale e focalizzare l'attenzione su un equilibrio più stabile per quel che concerne vita personale e mansione svolta. Ambienti in cui vengono valutate anche caratteristiche quali creatività e impegno aiutono a mitigare i danni che il perfezionismo può produrre. 

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