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«La somma dell'intelligenza sulla Terra è costante: ma la popolazione è in aumento». Questa formula, che presuppone chiaramente la picchiata dell'arguzia nel nostro pianeta, è definito come Assioma di Cole, ideato dall'umorista Arthur Bloch, lo stesso che ha concepito la più famosa legge di Murphy. D'altronde lo stesso scrittore americano sarcasticamente afferma, sul medesimo tema: «L'uomo è l'animale più intelligente: l'uomo è colui che stila tale classifica». Sembrano battute, ma in realtà alcune analisi compiute recentemente sembrerebbero dar ragione ad Arthur Bloch: esistono abitudini prettamente legate allo stile di vita odierno che contribuirebbero ad erodere il nostro cervello ed abbassare il nostro quoziente intellettivo.
Tali ricerche nascono dall'esigenza di rispondere ad una questione scientifica ben precisa: se è vero che dal 1930 il QI in tutto il mondo è aumentato enormemente grazie al miglioramento delle condizioni di vita, dell'alimentazione e dell'educazione, come mai negli ultimi decenni questo incremento non solo è andato scemando, non solo sembra essersi fermato, ma ha addirittura registrato un'inversione di tendenza, andando a diminuire di un punto rispetto a cinquant'anni fa? Secondo gli esperti le ragioni sono molteplici, tutte quante legate al nostro stile di vita: dalla tecnologia alle nostre abitudini alimentari, i fattori che contribuiscono al nostro istupidimento sembrerebbero svariati.
Uno studio recente dell'Università di Montreal, per esempio, ha puntato il dito proprio contro i grassi saturi: queste sostanze ostacolano infatti la normale funzionalità nel cervello della dopamina, neurotrasmettitore legato a sensazioni quali soddisfazione e motivazione. Tali composti creano nel nostro organismo un circolo vizioso simile a quello dell'eroina: più se ne assume, più se ne vorrebbe assumere, creando un'autentica dipendenza nel consumatore, rallentando così i nostri riflessi e danneggiando le nostre capacità cognitive. Secondo un neuroscienziato del MIT, Earl Miller, anche essere costretti a far più cose contemporaneamente, il cosiddetto multitasking, non aiuta: il nostro cervello non sarebbe infatti programmato per una cosa simile, e saltare da un compito all'altro implica solamente un maggior consumo di glucosio ed un aumento della produzione di cortisolo, ormone legato allo stress, e adrenalina, oltre ad una capacità di attenzione e di concepire pensieri profondi minori.
Anche la tecnologia, tanto esaltata per aver reso le nostre vite molto più semplici, sarebbe in realtà da vituperare: una sperimentazione della Columbia University ha dimostrato come aver la conoscenza assoluta a portata di un click, grazie a piattaforme come Google, abbia modificato irrimediabilmente il modo in cui l'ippocampo immagazzina memoria. Oggigiorno, infatti, è più probabile che il nostro cervello ricordi dove abbiamo messo un'informazione utile, rispetto all'informazione vera e propria. Persino la frutta e la verdura avrebbero un ruolo deleterio in questo senso: consumare questi alimenti significa immagazzinare fruttosio, che rallenta le nostre capacità mentali, un meccanismo che occorrerebbe contrastare per mezzo di un'alimentazione e di un'integrazione di acidi grassi quali gli omega-3.
Anche i fruitori del «Grande Fratello» o «L'isola dei famosi» dovrebbero preoccuparsi. Uno studio austriaco ha puntato il dito persino contro i reality show: non si conosce il motivo, ma persone che hanno assistito a questo genere di programmi prima di un test di conoscenza generale hanno ottenuti risultati peggiori rispetto a chi ha preferito ignorarli. Una ricerca della University of California ha concentrato la sua attenzione sulla regolare interruzione dei nostri ritmi circadiani: turni di notte, jet lag o semplici insonnie influenzano la normale capacità di creare nuovi neuroni a livello dell'ippocampo. Dito puntato anche contro i chewing gum: fino a qualche tempo fa si credeva che masticare la gomma americana aumentasse il flusso di sangue al cervello. Niente di più sbagliato: secondo uno studio il chewing gum distrae i partecipanti ad una sperimentazione relativa a compiti di memoria a breve termine. Insomma, alla luce di questi studi non stupisce che «il primato dell'imbecillità viene battuto tutti i giorni», come affermava Pino Caruso.



