spot_imgspot_img

Nuova molecola rallenta la progressione dell’Alzheimer

Un passo avanti notevole per la comunità scientifica

«Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all'Alzheimer; inizia invece a preoccuparti se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi». Il consiglio arriva da una voce eminente della neurologia e della medicina in generale, Rita Levi Montalcini, premio Nobel morto alla veneranda età di 103 senza mai perdere la lucidità, la razionalità, la genialità che la contraddistingueva. Sfortunatamente, non tutti riescono a raggiungere la vecchiaia conservando intatte le proprie capacità cognitive: lo spettro dell'Alzheimer, patologia che toglie all'individuo la propria identità e la propria dignità, risulta particolarmente spaventoso, anche perché il trattamento attualmente non permette al paziente di vedere la propria malattia migliorata, curata o anche solo regredita.

Tuttavia, i passi avanti del mondo della medicina e della ricerca scientifica verso una soluzione di questa patologia neurodegenerativa sono magari piccoli ma sufficienti a restituire un certo ottimismo. La BBC ha riportato in questi giorni una notizia che dona infatti speranza a tutti i malati di Alzheimer e alle loro famiglie, costrette in un calvario che le vede testimoniare la progressiva perdita di identità del proprio caro: nel corso della conferenza internazionale della Alzheimer's Association, in questi giorni in scena a Washington, sono stati presentati i dati di una sperimentazione condotta dalla casa farmaceutica Eli Lilly. Lo studio in questione dimostrerebbe che una molecola, denominata solanezumab, se somministrata durante le prime fasi della malattia, sarebbe in grado di arrestarne la progressione del 34%.

I dati in questione sono stati accolti dagli esperti con cauto ottimismo: sarà necessaria una nuova fase della sperimentazione, che si terrà l'anno prossimo, volta a confermare le proprietà del farmaco. Attualmente la morte delle cellule cerebrali, in presenza di Alzheimer, sembrerebbe inarrestabile: ciò nonostante, il solanezumab potrebbe aiutare l'organismo a mantenerle vive. Una differenza enorme rispetto agli attuali farmaci, che mirano più che altro a trattare i sintomi della demenza: in questo caso, invece, l'obiettivo del principio attivo è colpire le proteine che si formano nel cervello in presenza della patologia neurodegenerativa, chiamate amiloidi, che causano le caratteristiche placche che distruggono le sinapsi.

Non è la prima volta che una ricerca scientifica indaga le possibili applicazioni del solanezumab in presenza di demenza: per essere sinceri, una prima sperimentazione datata 2012 aveva portato a quello che era stato accolto come un fallimento. Tuttavia gli esperti della Eli Lilly Research Laboratories, guardando più attentamente i dati raccolti, hanno notato come in realtà la molecola sembrasse efficace soprattutto se somministrata durante le fasi iniziali della malattia: così hanno deciso di prolungare i tempi dell'analisi, coinvolgendo 1000 volontari dello studio originale con sintomi ancora controllabili a prolungare l'assunzione del farmaco. La sperimentazione ha portato ad una diminuzione della progressione dell'Alzheimer pari al 34%: un ottimo risultato secondo gli esperti chiamati in causa dalla BBC. Secondo il direttore responsabile dell'Alzheimer's Research UK, il dottor Eric Karran, «se i risultati verranno confermati, per la prima volta la comunità scientifica potrà affermare che è possibile rallentare l'Alzheimer, cosa che rappresenta un incredibile passo avanti nella lotta alla malattia». 

spot_imgspot_img

Articoli correlati

spot_img

Ultimi articoli