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La dieta sudafricana aiuta a prevenire il cancro al colon

Merito delle fibre, che producono acido butirrico

«Sliding doors» non è solo una commedia romantica con Gwineth Paltrow, che mostra come un semplice contrattempo possa avere ripercussioni clamorose sulle nostre vite, facendole correre su due binari diversi, secondo la teoria degli infiniti universi paralleli: rappresenta anche una discreta fonte d'ispirazione per molteplici studi. Uno di questi è stato promosso dai ricercatori dell'Imperial College di Londra: gli scienziati britannici hanno preso 20 volontari americani e 20 soggetti sudafricani della zona rurale denominata Kwazulu, e si sono divertiti ad invertirne le diete. Lo scopo: vedere cosa sarebbe cambiato se gli statunitensi fossero nati nel cosiddetto «continente nero» e viceversa.

Ovviamente, non potendo prendere in considerazione le migliaia di variabili di un simile scambio, l'analisi si è concentrata precipuamente sugli effetti dell'alimentazione sui rispettivi organismi: in particolare, la sperimentazione si è concentrata sul rischio di sviluppare un tumore all'intestino, decisamente alto nel caso si segua in maniera pedissequa l'American way of life, fatto di salsiccia e pancake a colazione, hamburger e patatine a pranzo, polpettone e riso a cena. La dieta sudafricana, al contrario, comprendeva alimenti quali frittelle di granoturco, spinaci e peperoni rossi a colazione; corn dogs, patate fritte e mango per pranzo; okra, pomodori, muffin di mais e fagioli dall'occhio nero a cena.

Ovviamente, le ripercussioni di questo cambiamento di alimentazione si sono rivelate notevoli. In sole due settimane gli americani vedevano un decisivo miglioramento della propria condizione di salute, mentre i poveri sudafricani cominciavano a mostrare i primi segni di affaticamento e di rischio. In un'intervista al The Independent, i ricercatori responsabili dello studio si sono definiti stupefatti dalla velocità degli effetti e dalla drammaticità della comparsa, o scomparsa, dei principali marcatori di rischio. Tale analisi solleva anche preoccupazioni riguardanti la progressiva occidentalizzazione delle comunità africane, anche quelle più rurali, che può comportare un rischio maggiore di cancro al colon anche per queste popolazioni.

Le neoplasie all'intestino uccidono 600 mila persone ogni anno nel mondo: finora, si riteneva una patologia che colpiva precipuamente i paesi occidentali, proprio a causa dell'alimentazione che si è soliti seguire, ricca di carne rossa industriale e povera di fibre. Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata Nature Communications, suggerisce dunque come un cambio di alimentazione possa comportare rischi minori, consigliando un'africanizzazione della nostra dieta. Il gruppo di controllo volontario di Kwazulu, infatti, nella sua alimentazione tradizionale era solito assumere la metà, o addirittura un terzo, delle proteine e dei grassi animali, a fronte di una quantità di fibre nettamente superiore. Le fibre risultano indispensabili per la salute dell'intestino in quanto portano ad una stimolazione della produzione di acido butirrico, che si ritiene possa avere un effetto protettivo nei confronti proprio del cancro al colon. 

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