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Esclusione sociale in USA: 4 vegetariani su 5 ritrattano

il 30% torna carnivoro dopo soli tre mesi

«Mangiare carne è digerire le agonie degli altri esseri viventi», diceva la grande scrittrice francese Marguerite Yourcenar. In questa frase è racchiusa buona parte della filosofia del vegetarianismo, ovvero sia la pratica alimentare dell'astensione dall'ingerire alcun tipo di carne: il rispetto per qualsiasi forma di vita, per chi segue i suoi dettami, è sacro, tanto da arrivare a definire chi si ciba di animali morti un cannibale. Non esiste infatti vegetarianismo senza una forte morale etica: il movimento racchiude in sé diverse categorie di persone, tra cui i vegani, che evitano di cibarsi di qualsiasi cosa provenga da un animale, dunque anche latticini e uova, perché spesso costretti in allevamenti intensivi in condizioni disumane, e i fruttariani, che rifiutano qualsiasi tipo di uccisione, incluse le piante.

Chi evita di seguire questi regimi alimentari, preferendo uno stile di vita onnivoro, spesso lo fa adducendo come motivazione non già la correttezza d'un sistema basato sulle sofferenze degli animali, ma per una questione nutrizionale: se il vegetariano solitamente assume più fibre, più minerali essenziali e più vitamine antiossidanti in media rispetto a un non vegetariano, sopperendo alla carenza di vitamina B12 con cibi addizionati, il vegano e il fruttariano va incontro a carenze alimentari maggiormente spiccate. Tuttavia, i problemi legati allo stile di vita non si fermerebbero a questo.

Negli Stati Uniti un'indagine condotta su 11 mila volontari, vegeteriani e vegani, dalla Human Research Council ha evidenziato come solo una persona su cinque riesca a rimanere coerente e fedele nel tempo con la scelta alimentare fatta: l'84%, infatti, torna sui propri passi, il 54% di essi dopo un anno, mentre il 30% addirittura dopo soli tre mesi. La motivazione? Un senso di esclusione, di non appartenenza, di alienazione e diversità, che induce le persone a rinnegare i propri ideali per potersi sentire maggiormente accettato socialmente.

Ovviamente, il contesto non è dei più semplici per i vegetariani a stelle e striscie: l'America è famosa per le ricorrenze festeggiate a base di barbecue in giardino, da poco si è salutato il Thanksgiving Day in cui la portata principale è rappresentata da un tacchino ripieno, ed è pur sempre il paese da cui derivano i fast food che sfornano come piatto unico hamburger e hot dog con patatine. Le statistiche raccontano di un paese che, molto semplicemente, non può fare a meno della carne. Si calcola che i cittadini statunitensi consumino circa 2,4 chili di carne a testa la settimana: con buona pace della dieta mediterranea, che ultimamente è salita agli onori della cronaca per i suoi benefici e che comprende quantitativi di carne piuttosto limitati.

Che la pressione sociale giochi un ruolo fondamentale nella ritrattazione delle proprie scelte alimentari, negli USA, risulta ancor più evidente se paragonati all'Italia, dove il 7,1% della popolazione sceglie il vegetarianismo: da noi, infatti, solo un terzo di questi 4,2 milioni tornano sui propri passi dopo un anno, difficilmente per una dieta ricca di carne rossa, ma piuttosto di pesce, e per una questione di benefici fisici. Chi sceglie il vegetarianismo, infatti, non lo fa solo per una questione etica, ma anche di salute: le proteine animali si ritengono responsabili dello sviluppo di alcuni tipi di tumore mentre frutta e verdura, ricche di antiossidanti e vitamine, forniscono un importante aiuto per il nostro organismo. Tuttavia il pesce, con i suoi acidi grassi omega 3, è un altro valido alleato: per questo in Italia, al di là del possibile utilizzo di integratori, mangiare merluzzo e salmone rappresenta forse la tentazione più grande per un vegetariano. 

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