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Vena poetica compulsiva? Può essere frutto dell’epilessia

Neuroscienze

Scompaiono le crisi epilettiche ma salta fuori una vena poetica impetuosa che oggi è oggetto di studio da parte degli scienziati.
E’ successo a una donna inglese di 76 anni in cura all’University College di Londra per una forma di epilessia temporale (a carico del lobo temporale del cervello). Mano a mano che i medicinali facevano effetto riducendo la frequenza delle crisi, la signora ha cominciato a manifestare un bisogno incontenibile di scrivere poesie, al ritmo di 10, 15 al giorno. Se veniva disturbata in questo lavoro, diventava aggressiva.

Grazie alle terapie farmacologiche, l’epilessia ha cessato di dare segni di sé, ma la vena poetica è andata avanti, anche se ad un ritmo meno serrato e sussiste tuttora. Il fenomeno che in termini medici si chiama ipergrafia si manifesta spesso nei malati di schizofrenia che scrivono, però, testi quasi indecifrabili. In questo caso, invece, (pubblicato sulla rivista Neurocase) i versi sono in rima e esprimono un contenuto sensato, per lo più di tipo burlesco, come li definisce il marito. 

Si tratta di un caso estremamente raro come sottolinea il neurologo della signora, Jason Warren dell’University College: «Un ipergrafia così creativa e così ben strutturata è rarissima». Ma allora che cosa è successo? Warren e il suo team ipotizzano che la malattia epilettica abbia creato una riorganizzazione di alcuni circuiti cerebrali tale da far emergere comportamenti e attitudini fino allora sopiti.  E il lobo temporale del cervello, sede del focus epilettico della signora, non a caso è una delle «centraline» più importanti della produzione del linguaggio.

Non è la prima segnalazione di comportamenti singolari in persone che soffrono di epilessia: è ben nota la storia di un malato che ad un certo punto mostrò un bisogno compulsivo di ascoltare musica. Come sottolinea Adam Zeman, professore di neurologia comportamentale all’università di Exeter, la creatività è ancora una materia indecifrabile, che in parte scaturisce (forse) da un’attività cerebrale quasi spontanea. Come sembra suggerire questo caso.

 

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