Todaysalute.it – La patologia nodulare tiroidea, conosciuta come noduli tiroidei, è una delle malattie endocrine più comuni, che colpisce quella ghiandola a forma di farfalla situata alla base del collo, produttrice di ormoni fondamentali per il benessere dell’individuo. I noduli sono causati da due fattori principali: la presenza di una bassa concentrazione di iodio nell’ambiente e/o la familiarità.
Nel caso di noduli maligni (carcinoma tiroideo è il termine scientifico), le cause sono ancora una volta la familiarità, ma anche l’esposizione in età infantile a radiazioni o trattamenti terapeutici quali la radioterapia della testa e del collo, in seguito a patologie maggiori.
Ma come diagnosticare un nodulo tiroideo? «Il metodo migliore è l’eco-color doppler ad alta risoluzione (esame ecografico molto sofisticato, ndr) – spiega Antonella Bultrini, endocrinologa dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, esperta in ecografia e nella tecnica dell’ago aspirato tiroideo – perché permette di capire sin da subito, esaminando uno o più noduli, le loro caratteristiche. Ciò permette di comprendere se ci si trova di fronte verosimilmente a una patologia di tipo benigno o se sussistono caratteristiche di sospetto che potrebbero indicare la presenza di un carcinoma. È importante però che l’esame venga effettuato da personale qualificato per non incorrere in errori».
Nel caso in cui l’eco-color doppler evidenzi un nodulo che presenta una o più caratteristiche anomale, come contorni irregolari, ipoecogenicità (ovvero appare più scuro rispetto al tessuto circostante), calcificazioni, vascolarizzazione interna al nodulo, è necessario che l’individuo si sottoponga a un secondo esame di approfondimento: l’ago aspirato tiroideo eco guidato con ago sottile. È importante, inoltre, che durante lo studio ecografico, venga valutata la presenza o meno di linfonodi sospetti.
«Oggi, soprattutto grazie all’esame ecografico è possibile diagnosticare facilmente la presenza di uno o più noduli tiroidei – continua la dottoressa -. Il problema nella diagnosi è dato dal fatto che queste formazioni non danno né segni, né sintomi finché le loro dimensioni non sono tali da poter essere osservate anche da occhio non esperto o da creare difficoltà di deglutizione, respirazione o fonazione. L’incidenza del nodulo tiroideo in Italia varia in base a se ci si trova o meno in zone a carenza iodica: a seconda delle statistiche, si passa da circa il 7 per cento per chi fa diagnosi attraverso il tradizionale metodo della palpazione, al 60 per cento per chi utilizza il metodo ecografico. In generale, i noduli tiroidei benigni, colpiscono circa il 20 – 25 per cento della popolazione italiana nelle zone a maggior rischio».
Va sottolineato che attraverso la palpazione difficilmente si scoprono noduli più piccoli di 1 centimetro, anche in base al loro posizionamento nell’ambito della tiroide. Se non diagnosticata, la patologia nodulare può evolvere o in un aumento del volume dei noduli già presenti o nell’aumento del loro numero.
Ma una volta fatta la diagnosi, come procedere? Esistono, in realtà, due linee di pensiero. «Non c’è una verità assoluta, dipende molto dalla tipologia di paziente – afferma la dottoressa Bultrini -; c’è chi decide di non intervenire, soprattutto se la persona è particolarmente avanti con l’età o soffre di altre patologie associate. In questo caso si sceglie la strada del monitoraggio, ovvero si sorvegliano i noduli valutando il loro trend di crescita e soprattutto segnalando precocemente alcune delle caratteristiche ecografiche che potrebbero portare a una trasformazione maligna. In altri casi, invece, si può decidere di attuare una terapia farmacologica di tipo soppressivo a base di l-tiroxina, al fine di arginare la loro evoluzione. L’invio chirurgico viene consigliato solo di fronte a Gozzi Multinodulari importanti, ovvero laddove la tiroide sia di volume notevolmente aumentato, sede di nodularità significative o dove esistano delle caratteristiche di sospetto anche in presenza di noduli molto piccoli».
A differenza dei noduli benigni, il carcinoma della tiroide è una patologia poco diffusa che presenta, fortunatamente, un’evoluzione molto lenta . «Il carcinoma ben differenziato della tiroide, papillifero o follicolare, rappresenta circa il 90 per cento di tutti i carcinomi tiroidei – spiega ancora la dottoressa – e se diagnosticato tempestivamente si associa a un ottima prognosi. Il trattamento in questi casi è in primo luogo di tipo chirurgico. Si prosegue poi, spesso, con una terapia radio metabolica di completamento, mediante l’assunzione di radioiodio, con l’obiettivo di localizzare e distruggere l’eventuale presenza di tessuto tiroideo residuo e di localizzare e distruggere eventuali focolai di cellule maligne presenti in altri distretti corporei. Al fine del trattamento, è sempre raccomandabile uno stretto follow-up clinico endocrinologico per la durata di almeno cinque anni, in altre parole, controlli ematologici e esami di diagnostica strumentale come l’ecografia e la scintigrafia».



