Ok alle scalate, ma attenzione alla pressione arteriosa

Lo studio italiano

Todaysalute.it – La ridotta disponibilità di ossigeno ad alta quota causa un aumento della pressione del sangue nelle ventiquattro ore. A dimostrarlo, una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Istituto Auxologico Italiano, condotta sul Monte Everest e pubblicata pochi giorni fa sulla rivista European Heart Journal.

La ricerca ha coinvolto un gruppo di volontari sani che normalmente vivono, lavorano e svolgono attività sportive a livello del mare, con lo scopo di indagare quali effetti sulla pressione arteriosa e su altri aspetti della funzione cardiorespiratoria provoca un’esposizione prolungata alla ridotta disponibilità di ossigeno in alta montagna.
I soggetti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere un placebo (ovvero un finto medicinale, praticamente acqua fresca) o un farmaco comunemente utilizzato per la terapia dell’ipertensione, il telmisartan (80mg).  I risultati mostrano come in entrambi i casi la pressione aumenti significativamente in quota rispetto ai valori iniziali, soprattutto nelle ore notturne, e come l’assunzione della pillola per abbassare la pressione riesca a contenere questo fenomeno, ma soltanto fino a determinate quote.

Durante la spedizione, la pressione arteriosa è stata misurata ogni mattina. I valori sono stati monitorati anche utilizzando un dispositivo in grado di misurarla ogni 15-20 minuti durante l’intero arco della giornata. I ricercatori hanno osservato che il telmisartan è efficace nel contrastare gli effetti della quota sull’incremento di pressione fino a 3400 metri, mentre non lo è più quando si arriva a 5400 metri, cioè all’altezza del Campo Base dell’Everest.

Come spiega Gianfranco Parati, coordinatore del progetto, professore di malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Milano-Bicocca e direttore del Laboratorio di Ricerche Cardiologiche dell’Istituto Auxologico Italiano, lo studio fornisce la prima dimostrazione sistematica che con l’aumentare della quota sale progressivamente e marcatamente la pressione arteriosa. Questo incremento avviene immediatamente al raggiungimento dell’alta quota, perdura durante la permanenza in queste condizioni  nell’arco delle ventiquattro ore, ma con un incremento maggiore nelle ore notturne, con conseguente attenuazione della  caduta della pressione che si verifica in tutti i soggetti sani durante il sonno. La pressione, comunque, si normalizza una volta ritornati al livello del mare.
«L’aumento di pressione osservato può essere attribuito a diversi fattori – puntualizza Parati – , tra i quali il più importante è l’attivazione del sistema nervoso simpatico, determinato dalla ridotta disponibilità di ossigeno. Tale fenomeno fa si che il cuore venga sottoposto ad un carico maggiore di lavoro e che i vasi sanguigni si costringano».

La spedizione sull’Everest  si è svolta nel 2008 ed è parte di una serie di spedizioni ad alta quota condotte dai ricercatori della Bicocca e dell’Auxologico nell'ambito del progetto di ricerca HIGHCARE (HIGH altitude CArdiovascular REsearch). 

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