Todaysalute.it – Il caso della bambina del Mississippi guarita dall'HIV, la ricorderete, aveva fatto unire il mondo in un liberatorio sospiro di sollievo, seguito da un urlo di gioia incessante e da applausi scroscianti verso la medicina, che finalmente era riuscita ad aiutare un'innocente a fare lo sgambetto alla morte. L'intensa emozione era anche dovuta al fatto che, per anni, il virus che ha terrorizzato la fine del secolo scorso era sembrato un rebus senza soluzione: una scia di decessi che ha reso tristemente nota l'AIDS, con i pochi superstiti costretti a dover assumere farmaci a vita nell'attesa dei passi avanti della ricerca.
La bambina, nata sieropositiva, era stata sottoposta ad un trattamento antiretrovirale precoce e massiccio già nelle prime ore di vita: terapia seguita pedissequamente per tutti i 18 mesi successivi. Dopo di che i medici della University of Mississippi Medical Center di Jackson ne hanno perso le tracce per quasi un anno, periodo in cui la famiglia per motivi personali non è riuscita ad accompagnare la figlia in ospedale. Una volta tornati, la bambina era stata sottoposta ad esami approfonditi e continuativi, che però non hanno rivelato alcuna traccia del virus dell'HIV nel suo sangue.
Tanto bastava per ritenere la piccola paziente guarita, in quanto primo caso nella storia di scomparsa delle tracce d'infezione nel sangue. Ciò nonostante la scorsa settimana è giunta, come una doccia fredda, la notizia che la bambina, sottoposta ad un ennesimo esame, abbia ripresentato tracce del virus dell'HIV. Dunque, la remissione avrebbe fermato il suo processo di guarigione: risultato ovviamente deludente, cui gli scienziati americani stanno tentando di dare una giustificazione, sebbene una prima indicazione sembra essere trapelata.
È risaputo infatti che il virus dell'HIV formi dei sedimenti virali, definiti serbatoi, nell'intestino e nel cervello: se la terapia non viene proseguita ogni giorno, l'infezione ha modo di trovare nuova linfa da questi nascondigli e riprendere a diffondersi. I genitori della bambina, una volta riportata in ospedale, hanno ammesso che nel periodo di assenza per alcuni mesi non sono riusciti a somministrare il trattamento alla figlia: cosa ritenuta finora insignificante, in quanto nei successivi test del sangue condotti del virus non si trovava comunque traccia alcuna. Dunque, l'indiscrezione non trova conferma: occorreranno nuovi esami per decretare la ragione di questo triste ritorno.
Nel frattempo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha consigliato in una dichiarazione ufficiale l'assunzione di farmaci antiretrovirali per le persone omosessuali anche negative al test dell'AIDS come forma di prevenzione. I dati in loro possesso infatti indicano che tra i gay il rischio di contrarre l'infezione risulta 19 volte più alto del normale: dato francamente preoccupante che, unito all'abbassamento della soglia dell'attenzione nei confronti del virus, sta portando ad una nuova esplosione dell'epidemia. Pare infatti che l'assunzione giornaliera del medicinale sia in grado di abbassare il rischio di contrarre la malattia del 25%.



