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Il virus del morbillo per contrastare le cellule tumorali

Nuove speranze da un vecchio nemico

Il morbillo è una delle malattie infettive più diffuse e contagiose al mondo: in genere si manifesta da bambini con sintomi quali febbre alta, esantema, congiuntivite e malessere. Oggigiorno è una patologia mantenuta per lo più sotto controllo, ritenuta quasi banale, come se fosse un passo obbligato nel lungo percorso verso l'adolescenza e l'età adulta: sembra dunque incredibile come il Paramyxovirus, prima della comparsa del vaccino negli anni '80, abbia causato più di due milioni di vittime l'anno.

Ciò nonostante, paradossalmente, questa patologia può diventare un prezioso alleato per la nostra salute. Merito di una sperimentazione avvenuta in Minnesota, alla Mayo Clinic di Rochester, in cui a due donne affette da mieloma multiplo da quasi dieci anni, che non rispondevano alla terapia di routine, è stato iniettato il bacillo del morbillo in dosi massicce: il Paramyxovirus, infatti, riconosce un recettore chiamato CD46 implicato nell'insorgere della neoplasia. Il risultato, detto in parole povere, è che le cellule cancerose vengono infettate e distrutte dal morbillo, senza peraltro intaccare quelle sane. In entrambi i casi in cui è stata sperimentata questa viroterapia si è notata una diminuzione della patologia: una paziente di 49 anni, che lottava col tumore da 9, è in completa remissione da ormai 6 mesi. La speranza è che abbia finalmente imboccato la via della guarigione grazie a questa ricerca.

La notizia ha certamente dell'incredibile, ma prima di gridare al miracolo occorreranno diverse nuove sperimentazioni. Il campione di due sole pazienti non è certo ampiamente rappresentativo: e per stessa ammissione dei ricercatori americani, sono state selezionate delle volontarie che non fossero state già contagiate dal morbillo, di modo da rendere il virus ancora più efficace. Occorrerà dunque valutare l'efficacia della terapia in malati già infettati dal Paramyxovirus, oltre a verificare che la cura non presenti ulteriori rischi per la salute, soprattutto per quanto riguarda i pazienti in età pediatrica: inoltre, non sempre il CD46 presenta livelli significativamente alti nel mieloma. Dunque la sperimentazione, dopo aver superato la fase 1, dovrà dimostrarsi efficace anche durante la fase 2 e 3: i tempi saranno ovviamente lunghi, ma la speranza di tutti è che forse stavolta si sia riusciti a fare il passo decisivo verso la cura dei tumori.  

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